Diretto da John Ford nel 1940, “Furore” è la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo che John Steinbeck aveva pubblicato l’anno precedente raccogliendo enorme successo, ma suscitando polemiche per il tema trattato.

America, primi anni trenta. Il vento incessante ricopre i campi di sabbia. Una sorta di deserto incombente minaccia i contadini dell’Oklahoma e degli altri stati dell’America più profonda. Le famiglie che da generazioni vivono strappando con fatica i frutti a una terra un tempo più benevola sono allo stremo: il cibo scarseggia, i bambini sono vestiti di stracci e i vecchi malati. Ma sopravvivono, lavorando duramente, aggrappandosi alla famiglia e alla comunità.

Ma questa volta è diverso perché un’entità astratta, ma reale li caccia letteralmente da quella che era sempre stata la loro terra.

Con chi parlare? Con chi arrabbiarsi? Non si sa, perché i campi sono di una società a sua volta controllata da una banca, “ma lì c’è solo un direttore che impazzisce per obbedire agli ordini di quelli che stanno a New York”.

Così la famiglia Joad lascia la propria casa per mettersi in marcia verso quella terra promessa che è la California. Ma anche la California rivelerà che la terra promessa è solo un’illusione.

Il titolo originale The Grapes of Wrath (I grappoli di rabbia) avrebbe reso più efficacemente lo spirito di un film che offre un’analisi sociologica impietosa, con la disgregazione delle comunità contadine a vantaggio dei grandi proprietari che si nascondono dietro società che non hanno più alcun interesse alla gestione delle campagne e favoriscono la scomparsa delle piccole proprietà per ridurre i contadini a bassa manovalanza facilmente sostituibile.

John Ford è stato il regista del mito del West, ritenuto un convinto conservatore, eppure fu conquistato da quel romanzo di Steinbeck così apertamente progressista, tutto dalla parte dei più deboli. Ne sposò completamente le tesi riportandone lo spirito realistico e asciutto in un bianco e nero ricco di contrasti in cui le ombre prevalgono sulle luci dando il senso di una minaccia incombente.

Il risultato è una sorta di road movie dei disperati in cui i luoghi del mito non sono solcati da carovane di cow boy, ma da famiglie in fuga dalla miseria, dove i nemici non sono le tribù indiane ma i ricchi proprietari e dove le istituzioni si manifestano solo attraverso la polizia che reprime e sta sempre dalla parte del più forte.

Dal 1940 l’epopea della famiglia Joad è diventata una pietra miliare della cultura americana, è stata ripresa e citata da diversi autori ed è stata cantata nelle Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie e più recentemente da Bruce Springsteen nell’album The ghost of Tom Joad. Nonostante abbia oltre 65 anni, ancora oggi il film resta per ritmo e per spessore una visione emozionante grazie alle scelte cinematografiche dei suoi autori, alla grandezza dei suoi interpreti e all’attualità dei temi che affronta.

Pur radicato nel suo tempo e nel suo paese, “Furore” rivolge una dura critica a un ordinamento politico ed economico che per molti aspetti rivediamo nelle crisi di oggi.

Ma il film è soprattutto un dramma senza luogo e senza tempo, un dramma che nonostante tutto lascia trasparire una fiducia nell’umanità e una fede nei valori che portano gli uomini a lottare anche nelle condizioni più disperate. Insomma un film molto duro, ma con un messaggio di speranza. Uno di quei film di cui abbiamo bisogno oggi.

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