Quelli nati alla fine degli anni ‘50 del secolo andato, adolescenti in una piccola frazione di campagna di un piccolo comune di poco più di 6.000 abitanti (ce n’erano tanti, in quei tempi, di luoghi fatti così), o sapevano giocare a calcio o rischiavano l’emarginazione sociale.

 

  • O si correva dietro a un pallone o niente.
  • Quel rettangolo verde era l’unico fattore di aggregazione possibile.

Attorno ad esso ruotava la vita, non solo sportiva, dei ragazzi (e un po’ anche delle ragazze) in quei tempi e in quei luoghi.

rete campo gioco calcio

Le alternative non c’erano:

  • Il tavolo da ping-pong, quando esisteva, era sempre misteriosamente privo o di una racchetta o della pallina. Più spesso di tutte due;
  • la pallavolo era troppo difficile da praticare. E, soprattutto, mancava la rete;
  • la pallacanestro (basket, ancora, non si diceva) era roba per spilungoni di città.

Dunque: calcio o calcio.

Menù fisso.

Pranzo e cena.

E nel menù fisso scoprivi situazioni, cose, personaggi e interpreti che rappresentavano, in quei tempi e in quei luoghi, un tratto di natura anche antropologica costante e non riproducibile al di fuori di essi.

In un rapporto dove causa ed effetto si contaminavano, alimentandosi reciprocamente, l’una con l’altro.

Nel tentare di descriverli, si deve per forza iniziare dall’elemento basico…

 

IL CAMPO (prato)

vecchia porta gioco calcio

stava a pochi metri dalla chiesa: il benedetto campo (prato) del prete.

  • Era immancabilmente più stretto e più corto dei campi regolari.
  • Di solito, dietro una delle due porte (in ferro un po’ arrugginito), scorreva un piccolo torrente che, d’estate, veniva destinato a scopi irrigui.
  • Quando il pallone vi finiva dentro (succedeva spesso) e veniva trascinato dalla corrente, le operazioni di recupero erano piuttosto laboriose e i bagni indesiderati assai frequenti (acque benedette).
  • L’erba era solo per qualche settimana all’anno dell’altezza giusta per il gioco del calcio.
  • Per il resto del tempo oscillava trai 30 e i 40 cm.

Il contadino al quale era affidato lo sfalcio, infatti, aspettava che l’erba raggiungesse le misure utili ai fini agricoli. Ai suoi occhi era un normalissimo prato. Che ogni tanto veniva prestato a 22 ragazzini.

Vi erano partite in cui, di fatto, il pallone scompariva nella rigogliosa vegetazione.

  • Correre richiedeva uno sforzo degno di miglior causa.
  • Le righe bianche non si vedevano neanche se ti sdraiavi. Il gesso era inghiottito dalla crescita abnorme dell’erba.
  • Per i rigori ed i falli laterali si andava ad occhio.
  • Ma era l’unico ed insostituibile campo (prato).
portiere gioco calcio

IL PALLONE

non era super tecnico come quelli che si usano adesso.

Leggeri e impermeabili.

Sempre gonfi, lucidi e colorati.

In quei tempi e in quei luoghi, il pallone era

  • di un cuoio scuro, grezzo e pesante.
  • E, cosa importante, non era impermeabile all’acqua.
  • Era munito di una valvola.
  • Per gonfiarlo dovevi infilarvi un apposito ago ed immettere aria con una pompa da bicicletta.
  • Quando pioveva (o finiva nel piccolo torrente), assorbiva tutta l’acqua di cui era capace, diventando così di un peso insostenibile. Sembrava di marmo.
  • Colpire di testa significava prenotarsi una commozione celebrale. Meglio giocare a palla bassa.

Peccato, però, per l’erba alta.

scarpe-gioco-calcio-vecchie

fonte www.piccolaumbria.it

LE SCARPE DA GIOCO 

erano tutte dello stesso colore: il nero.

  • Fatte non solo di cuoio, ma anche di tela dura.
  • La suola aveva un numero imprecisato di tacchetti di gomma che si consumavano in gran fretta. Poi era come calzare degli scattini.
  • Superga, Tepa e Valsport le marche in voga in quei tempi e in quei luoghi.
  • Nike, Adidas miti proibiti; qualche Puma, per pochi fortunati;

L’ALLENATORE

non pervenuto.

  • Per la formazione ci si metteva d’accordo tra i ragazzi della squadra.
  • Il sabato pomeriggio.
  • Al bar.
  • Chi non c’era non partiva titolare il giorno dopo.
  • Era la bar condicio;

GLI SPOGLIATOI

semplicemente non esistevano. Il progetto si tramandava di generazione in generazione.

  • Ci si cambiava, in quei tempi e in quei luoghi, nella canonica o a bordo campo (prato).
  • In quest’ultimo caso gli abiti venivano appesi ai manubri delle bici o stesi sui serbatoi dei motorini.
  • Per rinfrescarsi c’era il rubinetto posto dietro la casa del prete, con allacciata la gomma di ordinanza. Verde e dura. A volte buona per altri scopi.

LE MAGLIETTE

in genere venivano regalate dall’industrialotto che, in quei tempi e in quei luoghi, si metteva una mano sul cuore e un’altra in tasca.

  • Al figlio era garantito un posto fisso da titolare.
  • Dopo la partita ogni ragazzo si portava a casa quella indossata per essere lavata e stirata.
  • La domenica successiva ne mancavano all’appello già due o tre. Quella del portiere era la prima a sparire.
  • A fine torneo erano finite anche le maglie.
  • L’anno dopo si ricominciava daccapo.

L’ARBITRO giudice gioco calcio

abitualmente ci si affidava al barista o al barbiere.

  • Figure istituzionali dalle indiscusse e riconosciute imparzialità sportiva e competenza calcistica.
  • Il barista arbitrava col grembiule che usava quando serviva i caffè dietro il bancone.
  • Il fischietto non si trovava mai.
  • Urla e gestacci venivano usati per regolare il gioco.
  • A volte sembrava una partita a briscola;

 

IL GUARDALINEE

ruolo non richiesto. Le linee non si vedevano e quindi non c’era niente da guardare.

 

IL PIÙ BRAVO

indossava la maglia numero 10: la più ambita.

  • A differenza di ciò che cantava quel tale, “non aveva le spalle strette”.
  • Non si è mai capita bene la ragione vera ma, in quei tempi e in quei luoghi, il più bravo della squadra era anche il più scarso a scuola.

Forse perché le virtù non vanno sempre tutte assieme nello stesso posto;

LA RISERVA

era il ragazzo al quale la madre proibiva di andare al bar il sabato pomeriggio, quando si faceva la formazione.

  • Doveva fare i compiti.
  • Di solito, a scuola, era il primo della classe.
campo calcio sera

L’OSSERVATORE

di tanto in tanto, in quei tempi e in quei luoghi, faceva capolino la figura dell’osservatore inviato dalla squadra del comune capoluogo.

Alla ricerca di potenziali talenti. Si metteva dietro un albero e vi si appoggiava.

  • Età indefinibile.
  • Fisicamente si sviluppava più in larghezza che in altezza.
  • Occhiali da sole simil Ray Ban Aviator.
  • Canotta bianca su bermuda a tinte forti.
  • Cappellino con impresso il logo di un produttore di mangimi per mucche.
  • Sandali di plastica trasparente indossati coi calzini. Corti però, quest’ultimi.

LE RAGAZZE

camicette bianche o azzurre. Blue jeans (due parole, non una come di questi tempi), marca Roy Rogers o Wrangler. Era la divisa ufficiale. Niente gonne. Perché poi pedalando…

  • Si posizionavano vicine ai muri della chiesa: all’ombra.
  • Raramente scendevano dalla loro bicicletta. Per questo motivo non capivi mai se erano appena arrivate o se stavano per andar via.
  • Ascoltavano la musica da un mangiadischi (archeologia tecnologica) tenuto a volume basso.
  • C’era Battisti. Chiamale, se vuoi, emozioni;

IL PRETE prete colletto

figura determinante.

Lo si chiamava Don. Come il fiume russo.

Organizzatore infaticabile e paziente di ogni torneo.

  • Preparava i calendari delle partite.
  • Aggiornava i risultati e la classifica. Lì trascriveva su di un foglio protocollo, che poi appendeva sul portone della chiesa con delle puntine da disegno.
  • In tunica nera e lunga fino alle caviglie con un numero incalcolabile di piccoli bottoni bianchi.
  • La indossava sempre assieme al colletto di plastica chiara.
  • Pure d’estate.
  • Senza fare una piega (non la tunica, il prete).

Davvero un miracolo.

Anche per quei tempi e per quei luoghi.

 

Post a comment